Colpevole o innocente? Arriva su Netflix “L’altra Grace” basato sul romanzo di Margaret Atwood (recensione) (2023)

Dopo il successo di The Handmaid’s Tale, la produzione Hulu (in streaming su TimVision in Italia) che si è portata a casa l’Emmy per la miglior serie drammatica del 2017, arriva la trasposizione televisiva di un altro romanzo di Margaret Atwood, Alias Grace del 1996 (pubblicato in Italia col titolo L’altra Grace, Ponte alle Grazie, trad. Margherita Giacobino e appena ripubblicato nell’edizione tie-in).

Ambientato nel Canada dell’Ottocento, L’altra Grace è basato su una vicenda realmente avvenuta: nel 1843 Grace Marks, giovanissima domestica immigrata dall’Irlanda, viene accusata di complicità nel brutale omicidio del suo datore di lavoro, Thomas Kinnear, e della sua governante, Nancy Montgomery. Ma non è un caso di cronaca come gli altri e le circostanze circa il coinvolgimento di Grace non sono chiare: se James McDermott, il colpevole materiale dell’omicidio di Kinnear, viene impiccato, Grace viene internata in un manicomio e i dubbi sulla sua presunta colpevolezza si moltiplicano, alimentando i dibattiti pubblici e tenendo vivo l’interesse per la sua storia per anni.

Colpevole o innocente? Arriva su Netflix “L’altra Grace” basato sul romanzo di Margaret Atwood (recensione) (1)L’ambiguità e il labilissimo confine tra vero e falso sono i temi portanti del romanzo di Atwood e, di riflesso, anche della miniserie scritta da Sarah Polley e diretta da Mary Harron (a suo tempo regista di American Psycho). Si tratta di una sorta di passion project per Polley, che all’età di soli diciassette anni aveva scritto ad Atwood chiedendo di poter acquistare i diritti cinematografici del suo romanzo, allora appena uscito. Venti anni e un paio di tentativi di trasformare L’altra Grace in un lungometraggio dopo, la miniserie approda su Netflix oggi, 3 novembre, dopo la messa in onda canadese. Come nel caso di The Handmaid’s Tale, Atwood è stata coinvolta in veste di produttore esecutivo (e non solo: aguzzate la vista per un cameo della scrittrice).

Per chi non l’ha letto (me compresa), il romanzo è molto complesso, a metà fra cronaca e fiction, con una struttura a collage: lettere, impressioni, articoli di giornale. Per molti versi, un romanzo inadattabile. E invece L’altra Grace di Sarah Polley funziona e funziona benissimo prendendo in prestito alcune delle soluzioni del romanzo, con l’intrecciarsi di due piani narrativi che vedono coinvolti gli stessi interlocutori, ma in due diverse fasi: le lunghe conversazioni tra Grace (Sarah Gadon) e il dottor Simon Jordan (Edward Holcroft) si alternano alla voce fuori campo della stessa Grace che gli si rivolge in un tempo successivo a quello dell’azione. A questi si aggiungono frammenti di ricordi, confessioni e testimonianze altrui.

Quindici anni dopo la sua condanna, Grace non è più al manicomio ma in un penitenziario dove dovrà trascorrere tutta la vita. Una commissione capeggiata da un reverendo di Kingston (interpretato dal regista David Cronenberg) invita il dottor Simon Jordan, americano, a visitare Grace con l’intento di scrivere una raccomandazione al governo canadese in favore della sua scarcerazione. Gli omicidi, infatti, l’hanno resa un’assassina famosa (con un bel termine che si ripete costantemente nella versione originale: murderess), suscitando l’attenzione e la curiosità di alcuni esponenti dell’alta società. È nella casa di una di questi che hanno luogo gli incontri tra Grace e il dottor Jordan, una sorta di psicologo ante litteram che tenterà in ogni modo di arrivare al nocciolo della questione. Grace dice di non ricordare gli eventi relativi agli omicidi: sta mentendo? È pazza? O lo era solo al momento del delitto? La si può ritenere colpevole o incapace di intendere e di volere sulla base dell’infermità mentale? E se era davvero mentalmente inferma, lo è ancora adesso?

Colpevole o innocente? Arriva su Netflix “L’altra Grace” basato sul romanzo di Margaret Atwood (recensione) (2)Le prime cinque puntate di L’altra Grace si snodano come una lunga seduta di terapia che tiene avvinto lo spettatore grazie alla straordinaria interpretazione di Sarah Gadon (22.11.63, A Dangerous Method, Cosmopolis) che è di volta in volta docile e remissiva, arguta e profondamente attenta alle reazioni del dottore, camaleontica nel senso più sottile del termine. A questa Grace si affiancano le controparti più giovani che riemergono dai suoi ricordi (la Grace malmenata dal padre alcolizzato e violento arrivata in Canada dopo aver perso la madre durante il viaggio, la Grace inesperta che viene messa a servizio presso la famiglia Parkinson, la Grace di casa Montgomery, la Grace del manicomio ecc.). Allo stesso tempo le si contrappongono tutte le Grace delle testimonianze altrui: non più innocente e ingenua, ma una subdola tentatrice capace di piegare gli uomini al proprio volere e di spingerli addirittura all’omicidio.

Sarah Gadon è ipnotica e non ci dà mai il permesso di propendere per questa o quella versione. Potremmo convincerci della sua buona fede un momento, ma ecco che le basta un solo sguardo rivolto casualmente al suo riflesso nello specchio o al dottore chino sui suoi appunti per farci tornare il dubbio. È questa ambiguità a sorreggere l’interesse dello spettatore fino alla fine, anche se appare chiaro fin dall’inizio che non ci saranno risposte chiare e inequivocabili. «Grace è stata condannata per complicità perché non ha mai parlato», ricorda Margaret Atwood in un’intervista al New York Times. «Non si è mai scoperto e lei non l’ha mai raccontato. Si comportava come una tela bianca su cui chi commentava proiettava le proprie opinioni». Le acque sono estremamente torbide: la vera Grace si perde tra le opinioni contrastanti che le persone formulano sul suo conto e talvolta sembra che soltanto i giudizi esterni contino veramente, che lei stessa abbia bisogno di un aiuto esterno per decidere chi essere.

A volte mentre spolvero lo specchio con i grappoli mi ci guardo, anche se so che questa è vanità. Nella luce pomeridiana del salotto la mia pelle è viola pallido, come un livido sbiadito, e i denti sono verdastri. Penso a tutto quello che è stato scritto su di me: che sono un demonio disumano, che sono la vittima innocente di un farabutto e ho agito contro la mia volontà e dietro minaccia di morte, che ero troppo ignorante per saper dissimulare e che impiccarmi sarebbe un crimine giudiziario, che amo gli animali, che sono molto bella e ho una carnagione luminosa, che ho gli occhi azzurri, che ho gli occhi verdi, che i miei capelli sono rosso scuro e anche bruni, che sono alta e che non supero la statura media, che sono vestita bene e con decoro, che per raggiungere questo risultato ho derubato una donna morta, che so lavorare bene e in fretta, che ho un brutto carattere e un temperamento litigioso, che sembro una donna al di sopra della mia modesta posizione sociale, che sono una brava ragazza di indole docile e con una buona reputazione, che sono astuta e scaltra, che sono un po’ scema e poco meno che idiota. E mi chiedo: come faccio a essere tutte queste cose diverse, tutte insieme?

(Margaret Atwood, L’altra Grace)

Colpevole o innocente? Arriva su Netflix “L’altra Grace” basato sul romanzo di Margaret Atwood (recensione) (3)L’impressione, alle volte, è che Grace non sia altro che un centro vuoto riempito di volta in volta dalle teorie di chi le gira attorno. «Essere una donna a quei tempi, o in qualsiasi epoca, significava dover reprimere reazioni e aspetti della propria personalità», afferma Sarah Polley. «Che fine fanno allora tutta quell’energia, tutta quella rabbia? Che fine fa tutto quel senso di impotenza? L’idea di avere più di un’identità, il volto che mostri al mondo e quello che tieni nascosto, mi intrigava molto». Grace potrebbe essere la vittima di un sistema che le è sempre stato avverso, il prodotto di mille violenze e della repressa sottomissione che si richiedeva (richiede?) alle donne. Oppure soltanto un’abile manipolatrice che sa come volgere quello stesso sistema in suo favore.

Durante le sedute, Grace ripercorre la sua vita: riemergono gli abusi e le violenze subite che, in controluce, descrivono la terribile condizione femminile del XIX secolo (lo stupro, l’aborto, la morale soffocante); riemergono rapporti importanti come la bella amicizia con Mary Whitney (Rebecca Liddiard), la prima vera amica di Grace, e più tardi con Nancy Montgomery (Anna Paquin), la governante dai bruschi cambi d’umore con cui la protagonista si troverà a lavorare fianco a fianco dopo aver lasciato la famiglia Parkinson. Il dottor Jordan interroga la sua paziente, sperando forse di coglierla in fallo, ma Grace è sempre attenta, apparentemente sincera, ingenua ed esperta al tempo stesso. È interessante il modo in cui le domande del dottore le riportano alla mente suoni, immagini di luoghi, oggetti, persone che scorrono davanti allo schermo come un flash sottolineando la distanza tra ciò che le passa per la testa e il modo in cui decide di rispondere.

Come principale interlocutore di Grace il dottor Jordan di Edward Holcroft fa il suo dovere, combattuto tra la sua evidente propensione per Grace e il bisogno di agire secondo coscienza, ma le divagazioni sulla sua vita privata impallidiscono di fronte al cuore pulsante della storia e non si può fare a meno di voler tornare subito alla protagonista tutte le volte che il filo narrativo se ne allontana.

L’altra Grace non è una serie movimentata, il mondo che rappresenta non è patinato o idealizzato, ma sporco e brutale. Il finale è probabilmente l’anello debole delle sei puntate complessive, ma l’interpretazione di Gadon (e per questo vi consiglio di guardarlo in lingua originale) e l’irregolarità della struttura narrativa vi terranno incollati allo schermo fino alla fine. La miniserie esce oggi su Netflix.

Avete letto L’altra Grace? Lo consigliate? Possiamo ufficialmente proclamare il 2017 l’anno di Margaret Atwood?

Immagini: imdb.com, garrett-cdn.com, screencrush.com.

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Author: Madonna Wisozk

Last Updated: 01/23/2023

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